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Archivio, Aprile 2015. Passa alla visualizzazione elenco

    Inviato da il in Categoria Missione

    Cercavano una vita migliore. Cercavano la felicità.

    "Esprimo il mio più sentito dolore dinanzi a tali tragedie. Rivolgo un
    accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con
    decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a
    ripetersi". Lo ha detto Papa Francesco in un "accorato appello"
    durante l'Angelus domenicale dopo che, ha ricordato, "un barcone
    carico di migranti si è capovolto la scorsa notte", " e si teme vi
    siano centinaia di vittime. Sono uomini e donne come noi. Fratelli
    nostri che cercano una vita migliore. Affamati, perseguitati, feriti,
    sfruttati. Vittime di guerre. Cercano una vita migliore. Cercavano la
    felicità".
    L'Ansa di oggi riferisce che si teme siano 900 i morti nella recente
    tragedia del mediterraneo.
    Colpisce, il commento di Bergoglio a questa catastrofe. E colpisce
    perché usa due frasi limpide, luminose che richiamano alla vita;
    “Cercavano una vita migliore. Cercavano la felicità”.
    Cose c'è di strano in queste due frasi? La rivendicazione del diritto
    alla felicità e non alla mera sopravvivenza.
    Se esiste una forma di rispetto più alta di quella che prevede che
    ogni essere umano abbia il diritto di vivere su questa Terra, essa
    consiste nel fatto che questi nostri fratelli avevano qualcosa di più,
    del mero diritto di vivere, quello di essere felici.
    Spariglia nuovamente le carte Papa Bergoglio, che non solo richiama la
    comunità internazionale a non voltare la faccia, a non distogliere lo
    sguardo, da questa gigantesca carneficina.
    Ma lo fa anche con noi, che siamo apparentemente lontani da quelle
    coste e che spesso siamo portati a crederci estranei ai dolori sui
    quali, in maniera diretta, ci pare di non riuscire a intervenire.
    Quando dice che questi sono fratelli non si limita a formulare una
    frase fatta del Cristianesimo, ma viene a prendere ognuno di noi,
    nelle nostre vite squarciando la retorica imperante del presente, e
    chiedendo per queste vite felicità.
    Ben di più che una mera sopravvivenza legata a cibo e acqua.
    Certo che il soccorso e l'aiuto delle persone in queste condizioni è
    un elemento primario da porre in essere, ma non è l'unico.
    Non basta dar da bere e mangiare a un fratello, e magari lasciarlo
    venire nella “nostra” terra (come se davvero fosse nostra e anche noi
    non fossimo, in realtà, fruitori di un dono divino).
    Non è finito il compito di un credente, di fronte allo sguardo
    disperato di un suo fratello.
    Ciò che siamo chiamati a realizzare è il compito più duro e al
    contempo vitale, della sfida cristiana; accogliere e fare felice chi
    non conosciamo.
    Questo vale nel nostro quotidiano, nella sfida missionaria, e non si
    capisce perché non dovrebbe valere in mare aperto...Cercavano una vita migliore. Cercavano la felicità.

    "Esprimo il mio più sentito dolore dinanzi a tali tragedie. Rivolgo un
    accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con
    decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a
    ripetersi". Lo ha detto Papa Francesco in un "accorato appello"
    durante l'Angelus domenicale dopo che, ha ricordato, "un barcone
    carico di migranti si è capovolto la scorsa notte", " e si teme vi
    siano centinaia di vittime. Sono uomini e donne come noi. Fratelli
    nostri che cercano una vita migliore. Affamati, perseguitati, feriti,
    sfruttati. Vittime di guerre. Cercano una vita migliore. Cercavano la
    felicità".
    L'Ansa di oggi riferisce che si teme siano 900 i morti nella recente
    tragedia del mediterraneo.
    Colpisce, il commento di Bergoglio a questa catastrofe. E colpisce
    perché usa due frasi limpide, luminose che richiamano alla vita;
    “Cercavano una vita migliore. Cercavano la felicità”.
    Cose c'è di strano in queste due frasi? La rivendicazione del diritto
    alla felicità e non alla mera sopravvivenza.
    Se esiste una forma di rispetto più alta di quella che prevede che
    ogni essere umano abbia il diritto di vivere su questa Terra, essa
    consiste nel fatto che questi nostri fratelli avevano qualcosa di più,
    del mero diritto di vivere, quello di essere felici.
    Spariglia nuovamente le carte Papa Bergoglio, che non solo richiama la
    comunità internazionale a non voltare la faccia, a non distogliere lo
    sguardo, da questa gigantesca carneficina.
    Ma lo fa anche con noi, che siamo apparentemente lontani da quelle
    coste e che spesso siamo portati a crederci estranei ai dolori sui
    quali, in maniera diretta, ci pare di non riuscire a intervenire.
    Quando dice che questi sono fratelli non si limita a formulare una
    frase fatta del Cristianesimo, ma viene a prendere ognuno di noi,
    nelle nostre vite squarciando la retorica imperante del presente, e
    chiedendo per queste vite felicità.
    Ben di più che una mera sopravvivenza legata a cibo e acqua.
    Certo che il soccorso e l'aiuto delle persone in queste condizioni è
    un elemento primario da porre in essere, ma non è l'unico.
    Non basta dar da bere e mangiare a un fratello, e magari lasciarlo
    venire nella “nostra” terra (come se davvero fosse nostra e anche noi
    non fossimo, in realtà, fruitori di un dono divino).
    Non è finito il compito di un credente, di fronte allo sguardo
    disperato di un suo fratello.
    Ciò che siamo chiamati a realizzare è il compito più duro e al
    contempo vitale, della sfida cristiana; accogliere e fare felice chi
    non conosciamo.
    Questo vale nel nostro quotidiano, nella sfida missionaria, e non si
    capisce perché non dovrebbe valere in mare aperto...

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