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06/08/2019

L'ultimo addio a un uomo, e altri vuoti. Si chiamava Daniel Nyarko

Si chiamava Daniel Nyarko, veniva dal Ghana, aveva 51 anni. Era un bracciante agricolo regolare, a Foggia. Aveva denunciato un sistema di estorsioni nel Tavoliere. Lo hanno ucciso a colpi di pistola una sera del marzo scorso, mentre rincasava dal lavoro in bicicletta. Il suo corpo è rimasto quattro mesi all’obitorio: troppo povera la sua famiglia lontana per reclamarne i resti, e non c’erano i soldi per le esequie. Finalmente la comunità ghanese locale, la diocesi di San Severo e la Caritas sono riuscite a mettere assieme i 1.700 euro necessari alla sepoltura. Daniel ha avuto il suo funerale, e un posto al cimitero. Ciò che spetta a ogni uomo. Quel fazzoletto di terra nera che non mancheremmo mai di dare a un nostro caro. Perché riposi in pace, finalmente.È una storia forse minore, molto probabilmente non la sola.

Forse un uomo lasciato in obitorio per quattro mesi come un vuoto a perdere colpisce poco, in tempi in cui ci stiamo abituando a naufragi di cento morti nel Mediterraneo, morti tirati su con pietà da pescatori oppure sommersi, per tomba solo il mare.

Ancora pochi anni fa dopo simili stragi si facevano solenni funerali, accorrevano i rappresentanti dell’Europa. Ora non più. Molti annegati vengono riportati in Libia, dove li lasciano in sacchi neri sulle spiagge, sotto al sole. Anche il nostro rispetto per i morti si sta modificando; e lo sguardo sulla morte, è strettamente connesso con quello sulla vita.

Sembra sempre di più che tacitamente qualcosa vada modificandosi in un comune Dna di origini remote, già precristiano, come radicalmente scritto in noi. Il dovere di Antigone di dare sepoltura, le battaglie dell’antichità sospese per sotterrare i morti degli uni e degli altri. Ci stiamo abituando a quei sacchi sulle coste nordafricane, lucidi sacchi color bitume in tutto simili a quelli della spazzatura. Sacchi per “loro”, naturalmente, non per “noi”. Germina in questa distrazione il consenso inconscio a una differenza che non ammetteremmo: ci sono uomini, e uomini che valgono di meno.

Almeno Daniel Nyarko grazie alla generosità dei suoi compagni e della gente di Foggia ha la sua tomba. Pensiamo a quel corpo provato da una vita di miseria e poi di lavoro nei campi, a quel corpo venuto da una donna, che lo aveva atteso e messo al mondo, e abbracciato. Anche il corpo degli uomini ha un infinito valore: anche per la nostra carne è promessa la resurrezione. Ora Daniel ha il suo angolo di terra, la terra materna e buia che ci custodisce come semi, in attesa di un’altra vita. Non ne serve poi molta: «Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno», così conclude Leone Tolstoj una sua famosa novella. Ma quel poco è un drappo di pietà necessario, ai morti e ai vivi, per restare umani.

Scriviamo di questa storia “minore” di un migrante lasciato per quattro mesi in un obitorio del Sud, mentre i giornali sono pieni delle immagini del ministro dell’Interno e vicepremier a torso nudo, intento a governare dal Papeete Beach, vivace spiaggia romagnola, tra musica disco e cubiste. In sottofondo, l’inno di Mameli. Ma che scollamento fra questa immagine di Italia evidentemente scelta per raccontare spensieratezza agostana, ottimismo e anche una certa tracotanza, e tanta altra Italia silenziosa. Quella dei braccianti italiani e africani, dei migranti che annegano; ma anche quella di una moltitudine di pensionati con pensioni minime, di giovani del Sud senza strade di futuro a casa loro, di piccoli Comuni dove da anni non nasce neppure un bambino. Un Paese che si svuota in tante sue parti e che invecchia drammaticamente, e nel quale – guarda caso – si sragiona su come renderlo inavvicinabile e inabitabile agli “altri” e si progetta l’introduzione del suicidio assistito. Anche questo è sguardo sulla morte, e sulla vita...

Siamo in un momento grave del nostro vivere comune, non è possibile non accorgersene. Ci piacerebbe vedere in chi governa la cognizione di tante risposte non date e neppure davvero cercate, di tante sofferenze e speranze inascoltate, e la memoria di un’antica, diffusa pietà. Pietà cristiana. Stride distonica la disco music dal Papeete Beach, come un segno di esibita incoscienza.

 

Fonte:www.avvenire.it