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P. è ancora con noi, questa volta se l’è vista brutta: dopo l’ultima bagarre per strada con altri che come lui, per un motivo o per un altro, ci vivono in permanenza, ha pensato bene (e anche in ritardo) di venire a chiedere ancora aiuto al centro. P. ha 23 anni, un figlio di 5 e una compagna incinta. Tutti quanti vivono per strada. Lui non è mai riuscito a inserirsi in un modo migliore in società, nonostante i tentativi (numerosi) in (altrettanti numerosi) centri di accoglienza. Adesso è grande e vive di espedienti, piccoli furti e altre cose del genere.

L’ultima rissa gli stava costando il braccio sinistro. Quando è arrivato al centro diceva soltanto: “Non ce la faccio più… Per favore, tagliamo questo braccio…”. In effetti il braccio non aveva un bell’aspetto. Era stato ripetutamente colpito con un machete al petto e al braccio sinistro (con cui cercava di parare i colpi). Una ferita in particolare al braccio sinistro lo aveva ridotto a uno stato pietoso: la ferita era profonda e infetta, il braccio gonfio come un pallone e la pelle che per il gonfiore si staccava come carta velina. Non aveva più la capacità di muoverlo. In città lo avevano portato all’ospedale catalogandolo come “caso sociale” (così chiamano i casi di persone riconosciute da tutti come nullatenenti) e dopo qualche goccia di disinfettante avevano detto che bisognava solo tagliare perché ormai inutilizzabile. Ma anche per questo ci volevano soldi e per questo lo avevano mandato via. È arrivato da noi solo dopo una settimana dall’accaduto.

Anche se “grande”, P. ha un volto da bambino cresciuto forse troppo in fretta (per strada) e, anche se considerato come potenzialmente pericoloso (diverse volte ha rubato anche da noi e in alcune comunità religiose vicine a noi), è in fondo un ragazzo molto dolce e buono.

Abbiamo cominciato a curarlo da un medico che gestisce una clinica privata poco lontano da noi che, dopo le prime cure, ci ha detto che poteva seguirlo a condizione che ogni giorno andasse da lui per cure, medicazioni e controlli, e che seguisse la terapia da lui consigliata. E così abbiamo fatto.

Non voglio dire troppe parole, dico solo che oggi P. ha di nuovo il suo braccio che funziona normalmente. E questo grazie all’aiuto di chi ci sostiene in questa cordata di carità, perché con i nostri soli mezzi non avremmo mai potuto far fronte a tutte queste spese. Tempo fa lanciammo un SOS per questi casi “estemporanei” chiamando il progetto: “la cassa di Elia” e veramente tante persone hanno risposto e ci stanno permettendo di fare ancora miracoli.

Lui non fa che ringraziare continuamente. Non ha altro modo per farlo se non dirlo. Noi non possiamo che far rimbalzare questo grazie a tutti voi aggiungendovi la nostra piccola preghiera. Il Signore saprà centuplicare a modo suo ogni goccia data per il più piccolo dei suoi fratelli.

Durante il suo trattamento abbiamo aiutato anche la sua compagna a raggiungere la sua famiglia di origine (a Kinshasa) insieme al bambino sperando in una sorte migliore. Se P. sarà in grado, li raggiungerà e magari ricominceranno insieme tentando ancora di farsi posto in questa società – jungla che non lascia scampo a chi è povero.

Noi gli auguriamo il meglio, lui è troppo grande per stare al centro e inoltre deve far fronte agli obblighi verso la sua compagna e verso i suoi figli. Lo aiuteremo se e come sarà possibile e in ogni caso, lui lo sa, per i momenti di crisi, noi siamo qui, noi e voi, a “Ndako ya Bandeko” (la casa dei fratelli).