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Tre mesi con i ragazzi del Centro di Makabandilu in Congo Brazzaville

10 gennaio 2013

Mi fa strano pensare che i miei giorni qui a Brazzaville sono giunti ormai alla fine.

Non nascondo che in Italia, prima di partire, abbia avuto un po’ di paura. Non sapevo a cosa andassi incontro, quale fosse il mio compito e se fossi riuscito o meno a portarlo a termine fino alla fine.

Arrivato a Brazzaville mi è stato detto, e poi l’ho capito con il passare dei giorni, che il mio compito era semplicemente, si fa per dire, quello di vivere e portare la mia testimonianza, con la mia presenza, essendo me stesso con i miei alti e bassi.

Scherzando, dico che ho sbagliato a pregare. Da piccolo pregavo che il Signore mi facesse dono di qualche fratellino, ed eccomi qua a fare da fratello maggiore a 35 ragazzi, che di certo hanno saputo come non farmi annoiare.

Questi ragazzi mi hanno insegnato tante cose. Prima di tutto che la semplicità è bellissima. Niente come la semplicità rende puro e bello un legame affettivo, senza maschere e pregiudizi.

Vivendo con loro in povertà e semplicità, ho fatto esperienza della provvidenza, tutto quello di cui avevo bisogno arrivava.

Ho capito anche che ognuno è chiamato a svolgere il suo compito e che a volte è meglio aspettare che l’altro faccio il suo da solo che farsi prendere dalla voglia di aiutare a fare il bene spicciolo, quello della coscienza pulita o della pietà. Molte delle volte mi sono ritrovato da solo a fare quello che dovevano fare i ragazzi, perché il ragazzo a cui davo una mano scappava via.

Ho gioito con loro quando il vento e la pioggia hanno fatto cadere i mango dagli alberi e facevamo a gara a chi li raccoglieva per primo.

A volte mi hanno fatto perdere la pazienza e fatto crollare sicurezze che credevo salde. Mi hanno fatto capire come ci si sente quando il mondo ti crolla addosso, in bilico sul filo di un rasoio, come ci si sente dal possedere tutto a non avere più niente.

Uno di loro mi ha fatto sgranare rosari a non finire. Era uscito di sera e non tornava più. Il giorno dopo, quando l’ho rivisto, volevo riempirlo di pugni, ma la gioia, in un abbraccio, ha preso il sopravvento.

Mi hanno fatto sentire al sicuro, quando uno di loro mi accompagnava al mercato.

Li ho visti arrampicarsi sugli alberi e maneggiare coltellacci e maceti come fossero matite colorate, quasi volessero sfidare la morte, ma poi li ho visti tremanti scappare via di fronte a una piccola siringa.

Uscendo fuori dal Centro ho visto come il semplice operaio ti guarda con pregiudizio, come il bianco che ha tanti soldi e dà solo ordini, e resta invece meravigliato se ti vede lavorare.

Ringrazio inoltre i frati, gli educatori e gli altri volontari, che mi hanno fatto capire, e nello stesso tempo vedere e vivere, che essere padri o madri non è solo questione di sangue e DNA.

Tanti sono i ricordi e i volti che porterò con me in Italia e credo che passera un bel po’ di tempo prima di dimenticarne qualcuno.

 

Riccardo